Fase 3: innovazione tecnologica e creazione di competenze tra welfare e digitalizzazione

Le variabili sono molte, di carattere normativo e regolatorio e, soprattutto, organizzativo e funzionale. Il tema del lavoro flessibile, dallo scorso marzo in avanti, è diventato di strettissima attualità, per quanto oggetto di discussione in ambito aziendale da anni. La riflessione è parte integrante dei percorsi di approfondimento dell’Osservatorio Copernico, una delle principali reti di uffici flessibili per freelance, professionisti, startup e aziende in Italia. Che tipo di lavoratori e datori di lavori saremo nell’era post-Covid? Ponendosi questo interrogativo, gli esperti della società milanese hanno messo innanzitutto l’accento su due fattori. Il primo: la semplificazione legislativa per l’accesso allo smart working ha sicuramente suggerito una via più snella per regolare i rapporti di lavoro in futuro. Il secondo: non si potrà più tornare a come si lavorava prima dello scoppio della pandemia e del conseguente lockdown, perché i modelli del passato sono superati e vanno ripensate le modalità di valutazione delle performance lavorative. Lo smart working, in altre parole, è una materia che va per prima cosa capita a fondo affinché possa mantenere le aspettative che si porta dietro, in primis quella di elevare la qualità della vita (professionale e non) delle persone. Cambia, come si dice in modo ricorrente, il modo di lavorare e di relazionarsi ma non cambia fondamentalmente l’approccio virtuoso per affrontare una fase di transizione come questa: per pensare a un nuovo mondo, insomma, bisogna guardare (e pianificare strategicamente) a come vogliamo che sia questo mondo, questo new normal .

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